L’azione revocatoria ordinaria

di Avv. Antonella Caputo

Pubblicata il: 13 Novembre 2020

Tra gli strumenti giuridici posti dal legislatore a tutela dei diritti patrimoniali del creditore si annovera indubbiamente l’azione revocatoria disciplinata dagli articoli 2901 e seguenti del codice civile. Ed infatti tale azione può essere esercitata dal creditore allorquando il debitore abbia compiuto un atto di disposizione del proprio patrimonio arrecando pregiudizio alle ragioni del primo e purché concorrano le seguenti condizioni: l’esistenza di un diritto di credito anche soggetto a termine o a condizione; l’atto dispositivo pregiudizievole del debitore; la conoscenza, da parte del debitore, del pregiudizio arrecato dal suo atto; la conoscenza di tale pregiudizio o la partecipazione alla dolosa preordinazione anche da parte del terzo qualora si tratti di atto a titolo oneroso.

Va in ogni caso precisato che oggetto dell’azione revocatoria possono essere gli atti dispositivi compiuti dal debitore sia anteriormente che successivamente al sorgere del credito. Atti che a seguito di revoca non producono effetti nei confronti del creditore.

Secondo l’orientamento costante della Corte di Cassazione per l’esercizio di tale azione il credito oggetto di tutela non deve necessariamente presentare i requisiti della certezza, liquidità ed esigibilità. Viene infatti considerata sufficiente la semplice identificazione del credito stesso attraverso l’indicazione del suo fatto costitutivo. In un eventuale giudizio, tuttavia, l’onere della prova sul punto spetta al creditore che a tal fine potrà utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione.

Per quanto attiene, invece, all’atto dispositivo pregiudizievole, esso può consistere sia in un atto a titolo oneroso, quale ad esempio una vendita immobiliare, sia in un atto a titolo gratuito quale una donazione. Inoltre possono essere soggetti a revoca gli atti che costituiscono garanzie reali quali pegni ed ipoteche, la costituzione di un fondo patrimoniale, la divisione di un bene comune, il conferimento di beni in società.

Si deve in ogni caso trattare di un atto che rechi pregiudizio alle ragioni del creditore. La Corte di Cassazione ha statuito che tale pregiudizio può essere attuale ma anche potenziale e che il medesimo, pertanto, sussiste non solo quando l’atto compiuto dal debitore comporti una diminuzione reale ed effettiva del suo patrimonio, ma anche quando rappresenti il pericolo di tale diminuzione o quando l’atto abbia reso più difficoltosa ed incerta per il creditore la possibilità di ottenere coattivamente la soddisfazione delle proprie ragioni.

Quanto poi all’elemento soggettivo, occorre precisare che il debitore deve porre in essere l’atto dispositivo del proprio patrimonio con la coscienza che sia dannoso per il creditore. Tuttavia, se l’atto pregiudizievole è stato compiuto anteriormente al sorgere del credito, è necessario provare il dolo generico, ossia la semplice consapevolezza in capo al debitore del possibile danno che l’atto dispositivo possa arrecare alla ragioni del creditore. Se invece l’atto pregiudizievole è stato compiuto successivamente al sorgere del credito, è necessario provare il dolo specifico, ossia la consapevole volontà del debitore di pregiudicare le siffatte ragioni.

Se tale elemento soggettivo deve sempre sussistere in capo al debitore, è richiesto in capo al terzo solo per gli atti a titolo oneroso. La Corte di Cassazione ha individuato i seguenti elementi indiziari da cui desumere l’esistenza di tale elemento soggettivo in capo al debitore ed al terzo: la volontà del debitore di modificare il proprio patrimonio, ad esempio vendendo la solo nuda proprietà ma riservandosi l’usufrutto; le modalità ambigue di corresponsione del prezzo, ad esempio l’indicazione in un atto di compravendita del pagamento integrale senza tuttavia la specificazione delle modalità di pagamento; l’esistenza di rapporti di parentela o lavorativi tra le parti dell’atto dispositivo, ad esempio la vendita o la donazione di un immobile a favore dei figli o della nuora; la sperequazione tra prezzo pattuito e valore del mercato, ad esempio nei casi in cui il primo appaia irrisorio o comunque non conforme al valore del bene; le anomalie temporali, ad esempio la tempestività con cui il debitore si è spogliato dei propri beni o il breve lasso di tempo intercorso tra la costituzione in mora e l’atto dispositivo del debitore.

L’azione revocatoria non comporta la restituzione del bene, ma rende inefficace l’atto dispositivo nei confronti del creditore che ha agito. In altre parole, il bene oggetto dell’atto non torna nel patrimonio del debitore, ma il creditore non subisce gli effetti dell’atto pregiudizievole e conseguentemente potrà promuovere azioni esecutive e conservative sul bene oggetto di revocatoria come se non fosse mai uscito dal patrimonio del debitore. In ogni caso, i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi in buona fede non sono pregiudicati dalla inefficacia dell’atto, salvi gli effetti della trascrizione della domanda.

Da ultimo va precisato che l’azione revocatoria può essere esercitata entro cinque anni dalla data dell’atto dispositivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che per il computo del termine iniziale bisogna far riferimento al momento in cui è stata data pubblicità dell’atto ai terzi. Quindi, nel caso di una compravendita immobiliare, tale termine coincide con la data di trascrizione della stessa nei pubblici registri presso la conservatoria.

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